Luca Signorelli, alias Luca d’Egidio di Ventura o Luca da Cortona, pittore naturalista rinascimentale, nasce a Cortona fra il 1445 ed il 1450 (anche se il Vasari scrive 1441), in Italia, nella Repubblica di Firenze. La sua formazione artistica è influenzata dagli artisti fiorentini dell’epoca, specialmente da Piero della Francesca, di cui fu allievo.  Il suo stile pittorico si stacca presto dalle figure statiche apprese dal suo maestro e si applica alla miglior raffigurazione del corpo umano in azione, un interesse che sembra avere acquistato dall’amico pittore e scultore Antonio del Pollaiuolo (1486-1531). Gli affreschi nella Sagrestia della Basilica della Santa Casa, Loreto, eseguiti verso la fine del 1470, sono tra le prime  importanti opere di Luca Signorelli e che gli hanno subito dato una grande fama. Secondo il Vasari Signorelli si comportava più come un nobile che come un pittore, vestiva e si comportava con gusto, copriva varie cariche negli uffici comunali a Cortona ed fu fra i personaggi importanti che formarono una commissione per giudicare i progetti per la facciata del Duomo di Firenze.

La Formazione

Luca Signorelli dovette formarsi ad Arezzo presso Piero della Francesca, come testimoniano Luca Pacioli (nel 1494) e più tardi Giorgio Vasari. Gli esordi dell’artista sotto il segno del maestro di Sansepolcro sono ancora incerti, per l’esiguità di resti certi e le difficoltà attributive di opere che non presentano i caratteri della sua produzione matura. Berenson tentò di riferirgli tre tavole di Madonna col Bambino della scuola di Piero della Francesca, oggi al Museum of Fine Arts di Boston, all’Ashmolean Museum di Oxford e alla Fondazione Cini di Venezia . Intorno al 1470 si sposò con Gallizia di Piero Carnesecchi ed ebbe da lei quattro figli: Antonio, Felicia, Tommaso e Gabriella. Le descrizioni vasariane delle prime opere dipinte attorno al 1472 sembrano comunque confermare l’ascendenza delle ultime opere di Piero, come il Polittico di Sant’Agostino: ad esempio si cita un San Michele “che pesa le anime”, descritto come mirabile “nello splendore delle armi, nelle riverberazioni”. Un primo lavoro documentato è la serie di affreschi a Città di Castello del 1474, dei quali restano solo pochi frammenti staccati (un San Paolo) oggi nella Pinacoteca comunale locale, difficili da valutare. Nella stessa situazione è una frammentaria Annunciazione nella chiesa di San Francesco ad Arezzo, da alcuni riferita invece a Bartolomeo della Gatta. Il 6 settembre 1479, Signorelli venne eletto nel Consiglio dei Diciotto, e da allora ricoprì numerosi incarichi pubblici in Cortona.

Le prime opere certe di Signorelli mostrano già una capacità maturata, pienamente consapevole dei propri mezzi espressivi, che già hanno superato la lezione di Piero, assimilandola e rielaborandola in qualcosa di nuovo. È il caso dello stendardo della Flagellazione, opera firmata ma non databile, collocabile alla fine degli anni settanta: si tratta di un esplicito omaggio alla Flagellazione di Cristo di Piero della Francesca e alla cultura prospettica urbinate. Vi si colgono infatti suggestioni di Francesco di Giorgio e anche di Giusto di Gand, con il Pilato che allude nella posa ad alcuni degli Uomini illustri dello studiolo di Federico da Montefeltro[2]. Lo stendardo, dipinto per una confraternita di Fabriano, dimostra inoltre la presenza di Luca nella città marchigiana, non lontana da Urbino che all’epoca era uno dei laboratori artistici più raffinati della penisola: da questa esperienza l’artista dovette trarre l’esempio per quella spregiudicatezza inventiva e teatralità che caratterizzano la sua migliore produzione. Tra il 1477 e il 1480 Signorelli si recò a Loreto, dove decorò la Sagrestia della Cura nel Santuario della Santa Casa. La volta, divisa a otto spicchi con  Evangelisti e Dottori della Chiesa sormontati da angeli, è piuttosto convenzionale, mentre più originali sono le pareti, decorate da coppie di apostoli a tutta figura e dagli episodi dell’Incredulità di san Tommaso e della Conversione di san Paolo. Quest’ultima in particolare mostra una notevole enfasi drammatica e una certa teatralità nella folgorante apparizione luminosa divina, che sorprende Paolo disteso tra i suoi compagni abbagliati e in fuga. Scarpellini parlò di “palcoscenico girevole” su cui si alternano le monumentali figure apostoliche.

La Cappella di San Brizio

Il 5 aprile 1499 Signorelli firmò il contratto per il completamento della decorazione delle volte della Cappella Nova (poi detta di San Brizio) nel Duomo di Orvieto, avviate da Beato Angelico e i suoi aiuti (tra cui Benozzo Gozzoli) nell’estate del 1447. La scelta degli Operai dei Duomo sul cortonese venne dettata da ragioni di natura economica (il prezzo da lui proposto era più discreto di quello che Perugino aveva a lungo chiesto, senza trovare accordo). La Cappela di San Brizio, o Cappella Nova, fu realizzata in un’epoca di profondi mutamenti sia artistici che politici. Ad un periodo di mutamento politico, con il lento e simbolico passaggio del potere da Firenze al papato Romano, si stava per affiancare il rinnovamento estetico. È a cavallo di due epoche, quindi, che si colloca il lavoro di Luca Signorelli, che nacque a Cortona nel 1445. Fu allievo di Piero della Francesca e si affermò per la sua bravura, ma anche per l’uso della prospettiva e l’attenzione per l’anatomia tipica dell’artista rinascimentale. Proprio ad Orvieto ha compiuto l’opera che l’ha reso celebre. Si tratta del ciclo di affreschi dedicati al tema dell’Apocalisse e del Giudizio Universale: le “Storie dell’Anticristo”, il “Finimondo”, la “Resurrezione della carne”, i “Dannati”, gli “Eletti”, il “Paradiso” e “L’Inferno”. Nel 1579 vi fu collocata all’interno della cappella una statua marmorea, della Pietà dello Scalza, oggi non più presente, mentre solo nel 1622 la cappella prese il nome di San Brizio, quando vi fu portata l’antica pala d’altare con l’effige della Madonna della Tavola o di S. Brizio, un’opera realizzata tra XIII e XIV secolo. I lavori di abbellimento e arredo non erano ancora terminati. Nel Settecento venne creato l’altare della Gloria, opera tardo-barocca di Bernardino Cametti che prese il posto del tabernacolo dell’Assunta. Nello stesso periodo venne collocato nella cappella il sepolcro del Cardinal Nuzzi, anche questo successivamente rimosso, si provvide al riassetto della Cappella della Maddalena. Dalla metà del XIX secolo si sono succeduti numerosi interventi di restauro che sono culminati, in questi ultimi anni, nella creazione di un nuovo sistema di illuminazione diffusa dal basso.

La Cappella Sistina

Poco più che trentenne, Signorelli venne coinvolto nell’impresa della decorazione della Cappella Sistina a Roma, dove si recò prima come aiuto del Perugino e poi come titolare dopo la partenza del pittore umbro. A lui vengono riferite le scene della Disputa sul corpo di Mosè, completamente ridipinta nel 1574, e del Testamento e morte di Mosè. In quest’ultima scena permangono alcuni dubbi attributivi: se è innegabile la presenza di Signorelli in alcuni personaggi dall’energetica resa anatomica e dal calibrato patetismo nelle espressioni, d’altra parte la sottigliezza luminosa rimanda a un altro allievo di Piero della Francesca, il marchigiano Bartolomeo della Gatta, al quale è riferibile la maggior parte della stesura pittorica con l’eccezione, almeno, dell’ignudo” al centro, dei due uomini di spalle e dell’uomo col bastone appoggiato al trono di Mosé.